sabato 9 aprile 2011

Jacomo

Non ho mai concepito la logica che c’è dietro la spiegazione di una poesia ed il suo smembrarla in tanti pezzetti per renderla più comprensibile alla ragione. Ritengo sia una vera e propria snaturalizzazione dell’atto poetico.
Così come la spiegazione di un’opera d’arte. Sì, può essere interessante ma poi quello che conta è ciò che lo spettatore percepisce, se qualcosa percepisce, o ciò che non percepisce.
Il voler a tutti i costi classificare, catalogare, inserire uno scrittore o un pittore in una corrente di pensiero mi sembra alquanto riduttivo. Non è di psicologia che stiamo parlando. Dire che Leopardi sia stato Leopardi perché nato a Recanati e perché brutto e storpio mi sembra un’offesa alla sua genialità e una totale razzia dell’incredibile poesia che ci ha regalato.
Quello che un artista esprime è la caduca condizione dell’essere umano e la sua profonda incapacità di darsi una spiegazione. In fondo né le scienze né la religione riescono a spiegare veramente il mistero del nascere e morire le cui ragioni sono ignote all’animo umano.
Mi sono sempre chiesta se gli animali se lo chiedano o se non abbiano percezione alcuna del tempo.
«Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare»
(Giacomo Leopardi)

Nessun commento:

Posta un commento