venerdì 22 aprile 2011

Resilienza




Se non possiamo attraversare i muri è soltanto a causa del movimento troppo veloce degli elettroni. La materia non esiste in quanto tale, gli spazi vuoti sono più ampi di quelli pieni.
Allora se riuscissimo a fermare il movimento degli elettroni potremmo attraversare barriere e muri di separazione che si innalzano per segnalare una divisione tra chi può e chi non può come quello che delinea il percorso che porta da Ramallah ad Abu Diis o che separa Gerusalemme da Betlemme insinuandosi con contorta invadenza tra case e cortili.
La vitalità e la capacità, proprie dei palestinesi, di creare arte e energia anche nelle situazioni più ardue hanno fatto dell’orribile muro un luogo di espressione del desiderio di libertà e abbattimento di ogni confine e, dei check point militari, un luogo di vita e ammuina napoletano-araba.
Il check point che divide Ramallah da Gerusalemme,  una volta un aeroporto, oggi un posto orribile con torrette di controllo e strette gabbie in cui la gente deve passare ed aspettare il proprio turno, proprio come animali in gabbia, dal lato palestinese è diventato un luogo di scambi, bancarelle ambulanti, bambini che vendono gomme da masticare, autisti che urlano destinazioni…
C’è un bambino troppo dolce che ogni volta che passavo voleva vendermi queste gomme da masticare, un bimbetto magro magro con la faccia da scugnizzo e gli occhi dolcissimi e tristi.
Le donne di una certa età che si vedono costrette a passare sotto questo strano apparecchio a raggi X che è per loro incomprensibile. Una volta una donna è dovuta andare e tornare non so quante volte perché non capiva che doveva mettere la sua busta con 10.000 pani profumati da portare ai suoi figli dentro la macchinetta malefica, la metteva e la riprendeva volendo passare con la sua busta. Nella sua logica innocente non capiva perché non potesse tenere con sé la sua busta. Il soldato israeliano che gridava in una lingua incomprensibile che secondo lui era arabo…
Oppure dovreste vedere il check point di Nablus, un casino abissale, macchine ovunque che si intersecano, clacson strombazzanti e qualcuno che si improvvisa vigile creando ancora più confusione…
È la vita che urla, che non vuole vedersi sottomessa a un occupante crudele e senza umanità e quindi ricostruisce la realtà trasformandola in un incrocio, in un semaforo.
È incredibile la capacità di resilienza del popolo palestinese, come la sua capacità di saper ridere dell’aggressore e continuare a danzare la dabkeh con i suoi ritmi gioiosi e ululanti.







mercoledì 20 aprile 2011

Quello che ho è quel che ho trovato senza cercare...

Le scelte giuste sono state tutte frutto di un'ispirazione non di un ragionamento ragionato, non di uno strizzamento del cervello...

Un'ispirazione venutami da non so dove...

Dank you

martedì 19 aprile 2011

Maghreb al-Aqsa

Today I just would like to say one thing: I love Morocco and its people, I definitely do.
Maghreb ba7ibbak, shukran bizeff
 

venerdì 15 aprile 2011

crimine

La verità sull'uccisione a Ghaza di Vittorio Arrigoni, attivista pacifista, chissà se potremmo mai saperla, così come la verità sull'uccisione di Juliano del Freedom Theatre di Jenin. Juliano era un israeliano che sulla scia della Madre Arna viveva a Jenin dove portava avanti il progetto iniziato da lei del teatro della libertà, lavorando con bambini e giovani palestinesi costretti in un campo profughi più e più volte distrutto dal fuoco israeliano.
Vittorio Arrigoni era uno dei pochi rimasti a Ghaza anche durante l'attacco del Dicembre 2008 per documentare e per essere con i palestinesi. Tutti lo amavano a Ghaza e sembra molto strano pensare sia stato ucciso da un presunto gruppo salafita. Cosa c'entrava lui, chissà. Invece c'entrava eccome con i movimenti di resistenza nonché la Freedom Flottilla che tra poco ripartirà per gridare libertà e giustizia per il popolo assediato.
Quanto vorrei essere più coraggiosa e prenderne parte.
I colpevoli saranno puniti in un modo o nell'altro, prima o poi, l'ingiustizia di cui la condizione del popolo palestinese è uno degli esempi più assurdi soprattutto perché non riconosciuta dal mondo che conta si troverà un giorno faccia a faccia con la verità.

sabato 9 aprile 2011

Jacomo

Non ho mai concepito la logica che c’è dietro la spiegazione di una poesia ed il suo smembrarla in tanti pezzetti per renderla più comprensibile alla ragione. Ritengo sia una vera e propria snaturalizzazione dell’atto poetico.
Così come la spiegazione di un’opera d’arte. Sì, può essere interessante ma poi quello che conta è ciò che lo spettatore percepisce, se qualcosa percepisce, o ciò che non percepisce.
Il voler a tutti i costi classificare, catalogare, inserire uno scrittore o un pittore in una corrente di pensiero mi sembra alquanto riduttivo. Non è di psicologia che stiamo parlando. Dire che Leopardi sia stato Leopardi perché nato a Recanati e perché brutto e storpio mi sembra un’offesa alla sua genialità e una totale razzia dell’incredibile poesia che ci ha regalato.
Quello che un artista esprime è la caduca condizione dell’essere umano e la sua profonda incapacità di darsi una spiegazione. In fondo né le scienze né la religione riescono a spiegare veramente il mistero del nascere e morire le cui ragioni sono ignote all’animo umano.
Mi sono sempre chiesta se gli animali se lo chiedano o se non abbiano percezione alcuna del tempo.
«Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare»
(Giacomo Leopardi)

venerdì 8 aprile 2011

Flusso…

L’aver creato questo blog si sta trasformando in una specie di droga per me. O forse è che tutto quello che avrei voluto scrivere dalla nascita ad oggi si sta manifestando adesso. Durante le mie giornate ormai, ovunque io sia e qualsiasi cosa io faccia mi vengono idee, racconti che vorrei scrivere e allora devo fermarmi per annotare le idee che altrimenti mi sfuggono. E tante mi sfuggono comunque.
Alla fine mi sa che pubblicherò un libro. In fondo, chi parte… no, non è questo che volevo dire, è che mi parte in automatico. In fondo, se ha pubblicato un libro Sara la cognata di Glenda, oppure (ben più di uno) Bruno Vespa chill’ co’ neo ‘cca, perché non potrei farlo io? In’ it?
La matematica e la fisica in realtà mi piacevano ed ero pure brava nel risolvere problemi e quesiti. Peccato che la buonanima del mio professore di matematica del liceo, il buon Angelo Cacciapuoti, si sia limitato a trasmetterci fòrmule e putenze. Costui era un veneto che sognava la carriera universitaria e si era ritrovato, Iddio sa come, a diventare professore in un liceo di Napoli. Poverino! E così riversava su di noi le sue frustrazioni, terrorizzando la maggior parte degli alunni e facendo sbellicare dalle risa pochi altri. Per esempio, come giudizio ad un compito di matematica a chi, pur avendo risolto il problema, aveva utilizzato un procedimento troppo lungo, a fianco del voto: 3---, scriveva: Se deve andare a Roma ma passa per la Lapponia, le posso mai dire che è brava? Andie, suppongo, direbbe che è brava eccome!
Oppure, ad un compagno interrogato alla lavagna che palesemente non aveva aperto libro: “E come disse Platone… Remember!”
Peccato quindi, dicevo, che non ci abbia trasmesso la ricchezza della fisica quantistica né i segreti filosofici della matematica.
Ci servirebbero più vite per fare tutto quello che ci piacerebbe fare, interessarci a tutto quello a cui piacerebbe interessarci, sperimentare personaggi, luoghi e atmosfere.
Ma poi il punto non è nemmeno scegliere, il punto è che una volta che hai scelto la passione che vuoi seguire, proprio non vuoi depauperarla e venderti al migliore offerente. No, vuoi goderne la bellezza pura e inutile.
Se nel 2012 il mondo non finirà pare vi sarà un cambiamento epocale e forse torneremo a coltivare la terra e a barattare i nostri beni ed occuparci delle nostre passioni senza doverle trasformare in salario.
Mica basta saper leggere e scrivere per essere intelligenti?

C' sta’ ‘a gent’ intelligent’ e ‘a gent’ ngurant’.
Mi sa che abbiamo sottovalutato il significato profondo di questo modo di dire del popolo napoletano ripreso in un film del nostro mitico.
Ignorante non è chi non sa o chi non si è riempito il cervello della cosiddetta cultura generale, ignorante è chi ha il cervello ristretto che non gli permette di vedere al di là e di aprire la sua conoscenza a nuovi sensi e nuove possibilità interpretative. Ed è per questo che trova il suo opposto in intelligente.

Oggi ho avuto la conferma di quanto la convinzione di un essere umano di sapere tutto o quasi e riconoscersi in quel suo sapere al 100 per 100 non gli permette di intravedere nuove possibilità interpretative o di scorgere nuove forme… come chi, dall’alto del suo sapere non credeva che la terra potesse essere rotonda. Sono andata ad un incontro con un artista egiziano presso una fondazione che promuove scambi tra artisti arabi e britannici. All’incontro era presente il presidente di un’altra organizzazione che porta avanti proprio lo stesso tipo di progetti. Costui ha posto una domanda anzi tre, tutte e tre volte a mettere in difficoltà l’artista mettendo in discussione esperienze molto interessanti di cui l’artista aveva parlato, volendo leggendole in chiave pseudo-scientifico-storica. Egli era incapace di vedere ciò che l’artista sperimentava sulla realtà, la percezione di questa e la possibilità di trascenderne il significato apparente. L’artista aveva raccontato di essere andato in un campo profugo palestinese in Giordania ed aveva intervistato le persone riprendendole con una telecamera. Il suo scopo era solo quello di osservare la reazione dell’essere umano davanti alla telecamera e aveva sperimentato che molti si esprimevano utilizzando frasi ad effetto, sentite e risentite. Poi, quel che lui ha fatto è stato riprendere i filmati trasformandoli in cartoni animati e questo dava tutt’altro senso alle stesse parole. Il suo punto non era affatto fare una ricerca né sminuire la condizione di coloro che vivono nel campo profughi. Per dirla con Andie: L'arte è arte in sé, deve essere espressione di una follia, di un sogno, di un'elucubrazione senza senso, altrimenti ci riporta troppo vicino alla realtà e troppo lontano dai sogni.
I do agree. Grazie… Mario.

giovedì 7 aprile 2011


Ma perché abbiamo paura degli altri?
Cos’è che ce li fa rendere mostri invincibili  con il potere di minacciare i nostri spazi interiori?
Nel momento in cui ti stai liberando tutte le situazioni sembrano peggiorare fino a un punto in cui tutto scoppia e poi sei libera? Sarà così? O è solo un’altra illusione della mente?
È proprio quando più vuoi sciogliere ogni confine che sembrano innalzarsi barriere invalicabili che ti mettono a tacere l’anima immobilizzandola in un lago ghiacciato che ti avvolge.
Più cerco di accumulare più tutto sparisce, più mi accanisco per raggiungere l’obiettivo e più non mi si delinea nessuna possibilità al fronte. È solo quando lasci la presa e la mente smette di vibrare che puoi intravedere il senso e capire chi sei. Sono come dei flash che durano un istante.
Ma poi perché siamo così? Perché devo farlo? Perché non riesco a togliermi dal corpo tutte quelle voci di chi ne sa più di me o pensa di sapere cosa sia bene per me. E che alla fine in qualche modo dobbiamo vivere ma se davvero riuscissi a fidarmi e lasciare la vita prendersi cura di me sarei più libera.
Che lo vogliamo o no qua si muore e poi forse saremo più felici o forse non ci saremo più. Ma quindi come si fa a sperimentare questa verità nel corpo e vivere davvero ogni momento nell’oblio di quello che non c’è più e di quello che, forse, sarà?
Respirare ci fa sperimentare una realtà senza confini dove diventiamo parte di un tutto che chissà poi se esiste. Mi sono persa per forse ritrovarmi e chi lo dice che qualcuno sia meglio di me, tanto la realtà interiore è una monade che non si può comunicare ed allora nella pratica com’è che si fanno cadere le barriere?
Niente, il vero amore è solo quello eterno e solo dopo morti, i posteri potranno dire: questi due si amarono! (Amedeo)

Nuovi orizzonti


Mi sa che sono proprio Taoista. Non che non mi piaccia la lettura o la scrittura, anzi! O che non mi piaccia ascoltare chi parla (I mean, 7asab, it depends) o (quando mi gira e soprattutto con CHI mi gira) parlare. But, non possiamo negare che la parola è solo una concettualizzazione che inevitabilmente ci allontana dal pensiero o dall’emozione che abbiamo nell’inconscio, in testa. Per dirla con il nostro Heisenberg: ogni parola o concetto, per chiari che possano sembrare hanno soltanto un campo limitato di applicabilità. E così la scrittura. Quando l’uomo ha perso la capacità di comunicare telepaticamente ha creato il linguaggio, la scrittura, che inizialmente era una rappresentazione grafica di oggetti, elementi per poi “evolversi” in segni concettuali. Le ultime scoperte scientifiche rivelano che l’uomo rispetto all’animale possiede degli elementi in meno nel DNA, quindi noi uomini siamo meno e non più come diceva per le donne il nostro Massimino. E la parola che ci dovrebbe rendere umani e superiori ci rende soltanto più fragili.
Nell’istante in cui parli di una cosa, essa ti sfugge… è un detto Zen, non lo dico io.
Mi sono sempre torturata per non saper dire quello che voglio dire nel modo in cui lo penso ma forse non è colpa mia forse è solo la consapevolezza  che se l’ascoltatore non ha la capacità di guardare al di là delle parole-segno non capirà mai nulla.
And so it is, I love you. Love yourself.

martedì 5 aprile 2011

‘E ca’i chell’ ca’ ric’ i’?

Today, I wanna start in English. Have you ever dreamt in another language? I woke up thinking: I want to create new spaces in my inner world, changing colours, feelings, characters. Noooo, I wanna get free of them! Quando parliamo un’altra lingua estrinsechiamo la nostra innata capacità di essere qualcun altro restando noi stessi, cioè non è che siamo falsi ma solo più creativi. I poliglotti hanno la capacità e possibilità di vivere più vite hanno un angolo mentale molto più esteso, essendo capaci di dare nuove forme e strutture al cervello.
La Babele delle lingue non è una maledizione, nunn’ esiston’ ‘e bersaglier’ ‘a cavall’! è la scelta dell’uomo di creare nuovi orizzonti, di esplorare, di intravedere diverse forme di pensiero.
Un film parlato… fantastico dove ognuno parlava la sua lingua ma ci si capiva e rispondeva in un’altra. La diversità culturale non è un limite, è una sfida, un’occasione per ridare spazio alle nostre menti ristrette, e non è solo una bandiera.
Odio coloro che si ritengono colti, che di ogni argomento sanno o pensano di sapere ma poi nella vita pratica non sono nemmeno capaci di vedere chi hanno davanti, non sono capaci di espandere la loro comprensione per vedere davvero chi gli è di fronte e che forse esprime la sua ricchezza in maniere diverse. L’ignorante-colto è quel che di peggio c’è. Meglio le vrenzole ed Orzon mi perdonerà per questo.
À tout à l’heure.


Filastiin fi qalbi - gennaio 2009

So che sarà difficile lasciare questa terra, Ardh Falastiin, con tutte le sue contraddizioni, le sue angosce, e la sua follia.
So che mi lascerà un buco nel cuore, una malinconia profonda. L’umanità che sento qui penso non potrò sentirla altrove. Ed il mio inspiegabile cordone ombelicale che con passione ed odio mi lega a questi luoghi non si spezzerà così facilmente. Eppure so che così deve essere, presto dovrò andar via da qui.
Ogni volta che torno in questo posto mi sento a casa. Eppure non sono qui nemmeno da un anno. Le “uscite” e le entrate dal paese, se così si può chiamare, per rinnovare il fatidico visto hanno contribuito a spezzettare questo tempo. A momenti ho sperato che non me lo rinnovassero, così sarei stata costretta ad andare via… tanto ho capito che nulla posso fare. Il fiato sospeso ogni volta che arrivo in aeroporto, quale che sia la direzione, ogni volta mi fa pensare con forza; basta! questa è l’ultima volta, non lo reggo questo stress dell’interrogatorio, questo intrufolarsi senza rispetto nella vita di chi passa da qui, questo metterti ogni volta nel ruolo di terrorista, assassino potenziale, non perché porti armi ma perché stai andando in Palestina… quel paese che ai loro occhi deve scomparire. Vogliono semplicemente dimenticarsene, costruendo muri e realtà parallele e virtuali al solo scopo di ignorare la verità.
Ma poi, una volta passato il controllo ed attraversato il territorio nemico tra Tel Aviv e Gerusalemme, finalmente arrivi fuori al Jerusalem Hotel e di fronte c’è la stazione dei pulmini, i services che ti portano a Ramallah. E finalmente l’umanità ritorna, finalmente non devi avere più il terrore che ti possa scappare una parola di arabo che, ormai, del tuo inglese sempre più storpiato è entrato a far parte intrinseca. Finalmente, se chiedi un’informazione c’è di certo qualcuno che ti risponderà con un sorriso e farà di tutto per aiutarti.
Non come ad Haifa…  

Era da tanto che volevo venire in Palestina… o in quel che ne rimane.
Vedere cosa accade davvero, se erano veri tutti quei racconti sui soldati israeliani, i controlli all’aeroporto, i check-point, il muro di separazione… perché, non so come spiegarlo, non è che non ci credessi, ma è che ci sono delle cose talmente assurde, talmente inimmaginabili che è impossibile figurarsele se non le si vede in prima persona… Mi sembravano scene di un film. Ed ora che le ho viste mi sembrano davvero scene di un film, rasentano l’incredibile,  mi sembra di vivere in un modo parallelo, surreale, dove ogni avvenimento sembra ripetere un dèjà vu.
E ti chiedi fino a quando può durare tutto questo.
E ti accorgi che gli aggressori sono vittime. Di se stessi. Sono burattini, burattini pieni di paura che tentano di nascondere con la loro arroganza. E le vere vittime vengono considerate dal mondo che conta dei folli carnefici.

Sono rimasta molto colpita dall’atteggiamento di rassegnazione dei Palestinesi. Mi aspettavo un popolo molto più combattivo, mi aspettavo che avessero molta più rabbia dentro. Invece, per la maggior parte, sono persone prive di odio che vorrebbero semplicemente condurre la loro vita in tranquillità.

Negli  israeliani che ho incontrato ho trovato molta diffidenza e molta chiusura. È difficile concludere una conversazione con un israeliano senza che questi non abbia pronunciato almeno sette volte la parola Israele. Come se volesse convincersi della legittimità del suo paese di cui non è in fondo convinto neanche egli stesso ma vuole convincere te di essere, egli, nel giusto. Un ragazzo di Tel Aviv con cui parlavo dell’aggressione su Gaza e delle condizioni assurde in cui vivono i palestinesi, quando ho menzionato Gerusalemme Est ed il fatto che quotidianamente le case palestinesi vengono demolite, intere famiglie cacciate, mi ha risposto così: che c’entra, Gerusalemme è occupata. Ah, capisco, allora…
E lui si dice un pacifista, uno che vuole la pace, dice che certo anche i palestinesi devono avere il loro stato, però le colonie israeliane più grandi che stanno in Cisgiordania… beh, quelle no non possiamo dargliele, come si fa a spostare i loro abitanti? E poi: il Golan occupato… no quello non possiamo liberarlo perché io ho paura… Questo uno psicologo, che si dice a favore della pace…
E non vi ho detto di Zina, una donna di circa 70 anni, brasiliana, che vive a Gerusalemme ovest. Il suo palazzo è adornato di bandiere israeliane… A voi verrebbe mai in mente di appendervi una bandiera dell’Italia sul balcone?... Si, si per i mondiali di calcio, certo. Ah, ecco forse le hanno dimenticate lì… le appendono anche alle automobili alcuni… sono patiti per il calcio! Non me ne ero resa conto! Insomma vado a trovare Zina, una conoscente di un amico di un’amica di famiglia… E lei ovviamente mi chiede: “Come mai sei venuta in Israele?
Ed io: “ Era da tanto che volevo venire a Gerusalemme…” E lei: "Ah, non dici Israele, dici Gerusalemme."
"Beh si , Gerusalemme non fa tutta parte di Israele…"
"Eh, ma noi abbiamo vinto la guerra nel ’67."
Capisco, allora…

Ma poi perché dicono Israele? Cioè ci sono tanti paesi: L’India, La Russia, La Francia, La Spagna, Il Marocco, Il Tagikistan, La Turchia, La Grecia, Il Venezuela… e poi Israele… senza l’articolo.
   
Arrivata in aeroporto, al controllo passaporti, una ragazza di non più di 20 anni, come la maggior parte dei soldati e militari che sono ai check-point, apre il mio passaporto e me lo mostra chiedendomi con tono da interrogatorio: “What is this?” E io rispondo: “E’ un visto della Siria.” E lei: “Ok, bye!”
Come? Poi chiama la sua collega, la quale mi si avvicina e mi chiede di seguirla in una stanza. Mi prende il passaporto e mi lascia lì senza dirmi nulla. Nella stanza c’erano altre 4-5 persone, tutte dalla carnagione un po’ scura… Dopo circa venti minuti, la tipa torna mi restituisce il passaporto con un foglietto su cui era stampata la data corrente. Io incredula. Tra me e me mi dico: “Così facile? E l’interrogatorio?” Passo al di là dei gabbiotti per il controllo passaporti e vedo che c’è una catena che fa da transenna. Una soldatessa mi prende il passaporto, non dico con violenza ma nemmeno potrei dire con delicatezza, strappa il foglietto e mi dice: “ Devo farle delle domande.” Ed inizia a raffica: “ Perché sei venuta in Isrrraele? Sei tu che hai scelto di venire in Isrrraele? Che cosa farai in Isrrraele? Perché sei stata in Siria? Per quanto tempo? E perché in Giordania? Si, ma esattamente cosa facevi? Come si chiama tuo padre? E, in Marocco cosa sei andata a fare? Ah, sei venuta per lavorare con le donne, ma quali donne?  Io rispondevo ma non mi sembrava di essere ascoltata. Avevo paura, mi sentivo sotto interrogatorio, come se fossi davvero sotto accusa, sentivo che per il solo fatto che stessi andando in Palestina stavo facendo qualcosa di sbagliato, che dovevo dimostrarle che no, non ero pericolosa… Poi dà il mio passaporto ad un’altra giovane fanciulla in divisa che mi dice: “Devo farle le stesse domande.”
Yamm’ ‘a vere’!
Alla fine, mi fanno passare, con un visto di tre mesi! Miracolo! Ma non mi accorgo che non mi hanno stampato il visto sul passaporto… (di questo parleremo nelle prossime puntate)

 Non c’è nessuna logica che spiega le azioni quotidiane portate avanti ogni giorni contro questo popolo di cui hanno occupato la terra, e di cui tentano di strappare ogni piccolo segno di identità. E l’attacco su Gaza è la prova definitiva che dimostra qual è lo scopo finale: annientare un intero popolo.
Non c’è altra spiegazione. Chiunque capirebbe che il risultato di questa carneficina non può essere altro che quello di rinforzare Hamas, il nemico che si afferma di voler distruggere.


Massimino

Quello che vorrei dire è: ma tutto questo bubbazzo di informazioni a cui siamo sottoposti ogni secondo della nostra vita non ci farà impazzire? Lo so, lo so che bisogna scegliere selezionare, focalizzarsi su quello che ci interessa, però i’ so’ uno sol’ a leggere lor’ so’ milion’ miliard’ ‘a shkriver’… nolliraggiungerò mai e mentre scartabello per scegliere sono già morta.

Allora, visto che ieri sono andata in giro per tutta Londra e stavano tutti chiusi quello che dico è: vedrò e considererò solo chi mi chiama a voce chiara e potente ma senza urlare per favore.

Lo so, lo so che sto dicendo baggianate ma quello che voglio è far fluire i miei pensieri e liberare questa stoppa che mi ottunde il pensiero stesso. La verità del cervello mi applica una enorme censura bloccando la mia intrinseca genialità. Sono una scrittrice lo so ma devo prima far fluire tutti i sensi e dire un’immensità di scimità prima di poter descrivere con colori, sapori, odori e sensazioni tattili tutto quello che attraversa il corpospirito.

I miracoli con le mani in alto accadono ma solo se siamo noi a spianargli il cammino.
La mia mente è capace di creare mostri che ne invadono tutto lo spazio e vivono vite a sé, personaggi che si ispirano alla vita ma che poi si trasformano in creature immense malefiche e distruttive. Le distruggerò.

monadi

Qualcuno diceva che siamo monadi che non si incontrano mai. palline che vagano nell'etere della vita senza possibilità di comunicazione. ma qualcun'altro dice che i confini diventano reali soltanto quando li internalizziamo e che il nazionalismo distrugge l'essere umano. qualcuno pensa che le rivoluzioni che stanno delineando la cosiddetta rivoluzione araba siano dei fiori all'occhiello che dimostrano il potere del popolo e la forza di twitter. altri ritengono senza dubbio che sia il solito complotto americo-israeliano volto a ridisegnare ancora una volta i confini del mondo arabo. il punto è: come comunichi la tua idea? con le parole, i suoni, la danza, i colori oppure con il tuo silenzio immobile?
il mondo occidentale è partito da un'intuizione per poi perdersi nella settorializzazione, nell'innalzare barriere, confini e leggi razziste, while il mondo cosidetto orientale pare abbia mantenuto la fluida coesione tra scienza, mitologia, mistica, religione...
sono più forti coloro che comandano e dettano regole inusitate e folli oppure coloro che si fanno i cazzi propri e si godono il sole il mare e il mandolino?