So che sarà difficile lasciare questa terra, Ardh Falastiin, con tutte le sue contraddizioni, le sue angosce, e la sua follia.
So che mi lascerà un buco nel cuore, una malinconia profonda. L’umanità che sento qui penso non potrò sentirla altrove. Ed il mio inspiegabile cordone ombelicale che con passione ed odio mi lega a questi luoghi non si spezzerà così facilmente. Eppure so che così deve essere, presto dovrò andar via da qui.
Ogni volta che torno in questo posto mi sento a casa. Eppure non sono qui nemmeno da un anno. Le “uscite” e le entrate dal paese, se così si può chiamare, per rinnovare il fatidico visto hanno contribuito a spezzettare questo tempo. A momenti ho sperato che non me lo rinnovassero, così sarei stata costretta ad andare via… tanto ho capito che nulla posso fare. Il fiato sospeso ogni volta che arrivo in aeroporto, quale che sia la direzione, ogni volta mi fa pensare con forza; basta! questa è l’ultima volta, non lo reggo questo stress dell’interrogatorio, questo intrufolarsi senza rispetto nella vita di chi passa da qui, questo metterti ogni volta nel ruolo di terrorista, assassino potenziale, non perché porti armi ma perché stai andando in Palestina… quel paese che ai loro occhi deve scomparire. Vogliono semplicemente dimenticarsene, costruendo muri e realtà parallele e virtuali al solo scopo di ignorare la verità.
Ma poi, una volta passato il controllo ed attraversato il territorio nemico tra Tel Aviv e Gerusalemme, finalmente arrivi fuori al Jerusalem Hotel e di fronte c’è la stazione dei pulmini, i services che ti portano a Ramallah. E finalmente l’umanità ritorna, finalmente non devi avere più il terrore che ti possa scappare una parola di arabo che, ormai, del tuo inglese sempre più storpiato è entrato a far parte intrinseca. Finalmente, se chiedi un’informazione c’è di certo qualcuno che ti risponderà con un sorriso e farà di tutto per aiutarti.
Non come ad Haifa…
Era da tanto che volevo venire in Palestina… o in quel che ne rimane.
Vedere cosa accade davvero, se erano veri tutti quei racconti sui soldati israeliani, i controlli all’aeroporto, i check-point, il muro di separazione… perché, non so come spiegarlo, non è che non ci credessi, ma è che ci sono delle cose talmente assurde, talmente inimmaginabili che è impossibile figurarsele se non le si vede in prima persona… Mi sembravano scene di un film. Ed ora che le ho viste mi sembrano davvero scene di un film, rasentano l’incredibile, mi sembra di vivere in un modo parallelo, surreale, dove ogni avvenimento sembra ripetere un dèjà vu.
E ti chiedi fino a quando può durare tutto questo.
E ti accorgi che gli aggressori sono vittime. Di se stessi. Sono burattini, burattini pieni di paura che tentano di nascondere con la loro arroganza. E le vere vittime vengono considerate dal mondo che conta dei folli carnefici.
Sono rimasta molto colpita dall’atteggiamento di rassegnazione dei Palestinesi. Mi aspettavo un popolo molto più combattivo, mi aspettavo che avessero molta più rabbia dentro. Invece, per la maggior parte, sono persone prive di odio che vorrebbero semplicemente condurre la loro vita in tranquillità.
Negli israeliani che ho incontrato ho trovato molta diffidenza e molta chiusura. È difficile concludere una conversazione con un israeliano senza che questi non abbia pronunciato almeno sette volte la parola Israele. Come se volesse convincersi della legittimità del suo paese di cui non è in fondo convinto neanche egli stesso ma vuole convincere te di essere, egli, nel giusto. Un ragazzo di Tel Aviv con cui parlavo dell’aggressione su Gaza e delle condizioni assurde in cui vivono i palestinesi, quando ho menzionato Gerusalemme Est ed il fatto che quotidianamente le case palestinesi vengono demolite, intere famiglie cacciate, mi ha risposto così: che c’entra, Gerusalemme è occupata. Ah, capisco, allora…
E lui si dice un pacifista, uno che vuole la pace, dice che certo anche i palestinesi devono avere il loro stato, però le colonie israeliane più grandi che stanno in Cisgiordania… beh, quelle no non possiamo dargliele, come si fa a spostare i loro abitanti? E poi: il Golan occupato… no quello non possiamo liberarlo perché io ho paura… Questo uno psicologo, che si dice a favore della pace…
E non vi ho detto di Zina, una donna di circa 70 anni, brasiliana, che vive a Gerusalemme ovest. Il suo palazzo è adornato di bandiere israeliane… A voi verrebbe mai in mente di appendervi una bandiera dell’Italia sul balcone?... Si, si per i mondiali di calcio, certo. Ah, ecco forse le hanno dimenticate lì… le appendono anche alle automobili alcuni… sono patiti per il calcio! Non me ne ero resa conto! Insomma vado a trovare Zina, una conoscente di un amico di un’amica di famiglia… E lei ovviamente mi chiede: “Come mai sei venuta in Israele?
Ed io: “ Era da tanto che volevo venire a Gerusalemme…” E lei: "Ah, non dici Israele, dici Gerusalemme."
"Beh si , Gerusalemme non fa tutta parte di Israele…"
"Eh, ma noi abbiamo vinto la guerra nel ’67."
Capisco, allora…
Ma poi perché dicono Israele? Cioè ci sono tanti paesi: L’India, La Russia, La Francia, La Spagna, Il Marocco, Il Tagikistan, La Turchia, La Grecia, Il Venezuela… e poi Israele… senza l’articolo.
Arrivata in aeroporto, al controllo passaporti, una ragazza di non più di 20 anni, come la maggior parte dei soldati e militari che sono ai check-point, apre il mio passaporto e me lo mostra chiedendomi con tono da interrogatorio: “What is this?” E io rispondo: “E’ un visto della Siria.” E lei: “Ok, bye!”
Come? Poi chiama la sua collega, la quale mi si avvicina e mi chiede di seguirla in una stanza. Mi prende il passaporto e mi lascia lì senza dirmi nulla. Nella stanza c’erano altre 4-5 persone, tutte dalla carnagione un po’ scura… Dopo circa venti minuti, la tipa torna mi restituisce il passaporto con un foglietto su cui era stampata la data corrente. Io incredula. Tra me e me mi dico: “Così facile? E l’interrogatorio?” Passo al di là dei gabbiotti per il controllo passaporti e vedo che c’è una catena che fa da transenna. Una soldatessa mi prende il passaporto, non dico con violenza ma nemmeno potrei dire con delicatezza, strappa il foglietto e mi dice: “ Devo farle delle domande.” Ed inizia a raffica: “ Perché sei venuta in Isrrraele? Sei tu che hai scelto di venire in Isrrraele? Che cosa farai in Isrrraele? Perché sei stata in Siria? Per quanto tempo? E perché in Giordania? Si, ma esattamente cosa facevi? Come si chiama tuo padre? E, in Marocco cosa sei andata a fare? Ah, sei venuta per lavorare con le donne, ma quali donne? Io rispondevo ma non mi sembrava di essere ascoltata. Avevo paura, mi sentivo sotto interrogatorio, come se fossi davvero sotto accusa, sentivo che per il solo fatto che stessi andando in Palestina stavo facendo qualcosa di sbagliato, che dovevo dimostrarle che no, non ero pericolosa… Poi dà il mio passaporto ad un’altra giovane fanciulla in divisa che mi dice: “Devo farle le stesse domande.”
Yamm’ ‘a vere’!
Alla fine, mi fanno passare, con un visto di tre mesi! Miracolo! Ma non mi accorgo che non mi hanno stampato il visto sul passaporto… (di questo parleremo nelle prossime puntate)
Non c’è nessuna logica che spiega le azioni quotidiane portate avanti ogni giorni contro questo popolo di cui hanno occupato la terra, e di cui tentano di strappare ogni piccolo segno di identità. E l’attacco su Gaza è la prova definitiva che dimostra qual è lo scopo finale: annientare un intero popolo.
Non c’è altra spiegazione. Chiunque capirebbe che il risultato di questa carneficina non può essere altro che quello di rinforzare Hamas, il nemico che si afferma di voler distruggere.
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