venerdì 22 aprile 2011

Resilienza




Se non possiamo attraversare i muri è soltanto a causa del movimento troppo veloce degli elettroni. La materia non esiste in quanto tale, gli spazi vuoti sono più ampi di quelli pieni.
Allora se riuscissimo a fermare il movimento degli elettroni potremmo attraversare barriere e muri di separazione che si innalzano per segnalare una divisione tra chi può e chi non può come quello che delinea il percorso che porta da Ramallah ad Abu Diis o che separa Gerusalemme da Betlemme insinuandosi con contorta invadenza tra case e cortili.
La vitalità e la capacità, proprie dei palestinesi, di creare arte e energia anche nelle situazioni più ardue hanno fatto dell’orribile muro un luogo di espressione del desiderio di libertà e abbattimento di ogni confine e, dei check point militari, un luogo di vita e ammuina napoletano-araba.
Il check point che divide Ramallah da Gerusalemme,  una volta un aeroporto, oggi un posto orribile con torrette di controllo e strette gabbie in cui la gente deve passare ed aspettare il proprio turno, proprio come animali in gabbia, dal lato palestinese è diventato un luogo di scambi, bancarelle ambulanti, bambini che vendono gomme da masticare, autisti che urlano destinazioni…
C’è un bambino troppo dolce che ogni volta che passavo voleva vendermi queste gomme da masticare, un bimbetto magro magro con la faccia da scugnizzo e gli occhi dolcissimi e tristi.
Le donne di una certa età che si vedono costrette a passare sotto questo strano apparecchio a raggi X che è per loro incomprensibile. Una volta una donna è dovuta andare e tornare non so quante volte perché non capiva che doveva mettere la sua busta con 10.000 pani profumati da portare ai suoi figli dentro la macchinetta malefica, la metteva e la riprendeva volendo passare con la sua busta. Nella sua logica innocente non capiva perché non potesse tenere con sé la sua busta. Il soldato israeliano che gridava in una lingua incomprensibile che secondo lui era arabo…
Oppure dovreste vedere il check point di Nablus, un casino abissale, macchine ovunque che si intersecano, clacson strombazzanti e qualcuno che si improvvisa vigile creando ancora più confusione…
È la vita che urla, che non vuole vedersi sottomessa a un occupante crudele e senza umanità e quindi ricostruisce la realtà trasformandola in un incrocio, in un semaforo.
È incredibile la capacità di resilienza del popolo palestinese, come la sua capacità di saper ridere dell’aggressore e continuare a danzare la dabkeh con i suoi ritmi gioiosi e ululanti.







mercoledì 20 aprile 2011

Quello che ho è quel che ho trovato senza cercare...

Le scelte giuste sono state tutte frutto di un'ispirazione non di un ragionamento ragionato, non di uno strizzamento del cervello...

Un'ispirazione venutami da non so dove...

Dank you

martedì 19 aprile 2011

Maghreb al-Aqsa

Today I just would like to say one thing: I love Morocco and its people, I definitely do.
Maghreb ba7ibbak, shukran bizeff
 

venerdì 15 aprile 2011

crimine

La verità sull'uccisione a Ghaza di Vittorio Arrigoni, attivista pacifista, chissà se potremmo mai saperla, così come la verità sull'uccisione di Juliano del Freedom Theatre di Jenin. Juliano era un israeliano che sulla scia della Madre Arna viveva a Jenin dove portava avanti il progetto iniziato da lei del teatro della libertà, lavorando con bambini e giovani palestinesi costretti in un campo profughi più e più volte distrutto dal fuoco israeliano.
Vittorio Arrigoni era uno dei pochi rimasti a Ghaza anche durante l'attacco del Dicembre 2008 per documentare e per essere con i palestinesi. Tutti lo amavano a Ghaza e sembra molto strano pensare sia stato ucciso da un presunto gruppo salafita. Cosa c'entrava lui, chissà. Invece c'entrava eccome con i movimenti di resistenza nonché la Freedom Flottilla che tra poco ripartirà per gridare libertà e giustizia per il popolo assediato.
Quanto vorrei essere più coraggiosa e prenderne parte.
I colpevoli saranno puniti in un modo o nell'altro, prima o poi, l'ingiustizia di cui la condizione del popolo palestinese è uno degli esempi più assurdi soprattutto perché non riconosciuta dal mondo che conta si troverà un giorno faccia a faccia con la verità.

sabato 9 aprile 2011

Jacomo

Non ho mai concepito la logica che c’è dietro la spiegazione di una poesia ed il suo smembrarla in tanti pezzetti per renderla più comprensibile alla ragione. Ritengo sia una vera e propria snaturalizzazione dell’atto poetico.
Così come la spiegazione di un’opera d’arte. Sì, può essere interessante ma poi quello che conta è ciò che lo spettatore percepisce, se qualcosa percepisce, o ciò che non percepisce.
Il voler a tutti i costi classificare, catalogare, inserire uno scrittore o un pittore in una corrente di pensiero mi sembra alquanto riduttivo. Non è di psicologia che stiamo parlando. Dire che Leopardi sia stato Leopardi perché nato a Recanati e perché brutto e storpio mi sembra un’offesa alla sua genialità e una totale razzia dell’incredibile poesia che ci ha regalato.
Quello che un artista esprime è la caduca condizione dell’essere umano e la sua profonda incapacità di darsi una spiegazione. In fondo né le scienze né la religione riescono a spiegare veramente il mistero del nascere e morire le cui ragioni sono ignote all’animo umano.
Mi sono sempre chiesta se gli animali se lo chiedano o se non abbiano percezione alcuna del tempo.
«Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare»
(Giacomo Leopardi)

venerdì 8 aprile 2011

Flusso…

L’aver creato questo blog si sta trasformando in una specie di droga per me. O forse è che tutto quello che avrei voluto scrivere dalla nascita ad oggi si sta manifestando adesso. Durante le mie giornate ormai, ovunque io sia e qualsiasi cosa io faccia mi vengono idee, racconti che vorrei scrivere e allora devo fermarmi per annotare le idee che altrimenti mi sfuggono. E tante mi sfuggono comunque.
Alla fine mi sa che pubblicherò un libro. In fondo, chi parte… no, non è questo che volevo dire, è che mi parte in automatico. In fondo, se ha pubblicato un libro Sara la cognata di Glenda, oppure (ben più di uno) Bruno Vespa chill’ co’ neo ‘cca, perché non potrei farlo io? In’ it?
La matematica e la fisica in realtà mi piacevano ed ero pure brava nel risolvere problemi e quesiti. Peccato che la buonanima del mio professore di matematica del liceo, il buon Angelo Cacciapuoti, si sia limitato a trasmetterci fòrmule e putenze. Costui era un veneto che sognava la carriera universitaria e si era ritrovato, Iddio sa come, a diventare professore in un liceo di Napoli. Poverino! E così riversava su di noi le sue frustrazioni, terrorizzando la maggior parte degli alunni e facendo sbellicare dalle risa pochi altri. Per esempio, come giudizio ad un compito di matematica a chi, pur avendo risolto il problema, aveva utilizzato un procedimento troppo lungo, a fianco del voto: 3---, scriveva: Se deve andare a Roma ma passa per la Lapponia, le posso mai dire che è brava? Andie, suppongo, direbbe che è brava eccome!
Oppure, ad un compagno interrogato alla lavagna che palesemente non aveva aperto libro: “E come disse Platone… Remember!”
Peccato quindi, dicevo, che non ci abbia trasmesso la ricchezza della fisica quantistica né i segreti filosofici della matematica.
Ci servirebbero più vite per fare tutto quello che ci piacerebbe fare, interessarci a tutto quello a cui piacerebbe interessarci, sperimentare personaggi, luoghi e atmosfere.
Ma poi il punto non è nemmeno scegliere, il punto è che una volta che hai scelto la passione che vuoi seguire, proprio non vuoi depauperarla e venderti al migliore offerente. No, vuoi goderne la bellezza pura e inutile.
Se nel 2012 il mondo non finirà pare vi sarà un cambiamento epocale e forse torneremo a coltivare la terra e a barattare i nostri beni ed occuparci delle nostre passioni senza doverle trasformare in salario.
Mica basta saper leggere e scrivere per essere intelligenti?

C' sta’ ‘a gent’ intelligent’ e ‘a gent’ ngurant’.
Mi sa che abbiamo sottovalutato il significato profondo di questo modo di dire del popolo napoletano ripreso in un film del nostro mitico.
Ignorante non è chi non sa o chi non si è riempito il cervello della cosiddetta cultura generale, ignorante è chi ha il cervello ristretto che non gli permette di vedere al di là e di aprire la sua conoscenza a nuovi sensi e nuove possibilità interpretative. Ed è per questo che trova il suo opposto in intelligente.

Oggi ho avuto la conferma di quanto la convinzione di un essere umano di sapere tutto o quasi e riconoscersi in quel suo sapere al 100 per 100 non gli permette di intravedere nuove possibilità interpretative o di scorgere nuove forme… come chi, dall’alto del suo sapere non credeva che la terra potesse essere rotonda. Sono andata ad un incontro con un artista egiziano presso una fondazione che promuove scambi tra artisti arabi e britannici. All’incontro era presente il presidente di un’altra organizzazione che porta avanti proprio lo stesso tipo di progetti. Costui ha posto una domanda anzi tre, tutte e tre volte a mettere in difficoltà l’artista mettendo in discussione esperienze molto interessanti di cui l’artista aveva parlato, volendo leggendole in chiave pseudo-scientifico-storica. Egli era incapace di vedere ciò che l’artista sperimentava sulla realtà, la percezione di questa e la possibilità di trascenderne il significato apparente. L’artista aveva raccontato di essere andato in un campo profugo palestinese in Giordania ed aveva intervistato le persone riprendendole con una telecamera. Il suo scopo era solo quello di osservare la reazione dell’essere umano davanti alla telecamera e aveva sperimentato che molti si esprimevano utilizzando frasi ad effetto, sentite e risentite. Poi, quel che lui ha fatto è stato riprendere i filmati trasformandoli in cartoni animati e questo dava tutt’altro senso alle stesse parole. Il suo punto non era affatto fare una ricerca né sminuire la condizione di coloro che vivono nel campo profughi. Per dirla con Andie: L'arte è arte in sé, deve essere espressione di una follia, di un sogno, di un'elucubrazione senza senso, altrimenti ci riporta troppo vicino alla realtà e troppo lontano dai sogni.
I do agree. Grazie… Mario.